La disoccupazione alle urne

In un periodo di anemia economica e di ipertensione elettorale i modesti progressi mensili dell’occupazione americana ognuno li legge un po’ come gli pare. A ottobre sono stati creati 171 mila posti di lavoro, un dato che supera le aspettative degli economisti e conferma la tendenza dell’ultimo trimestre. In quello precedente il mercato del lavoro era stato decisamente più pigro.
11 AGO 20
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In un periodo di anemia economica e di ipertensione elettorale i modesti progressi mensili dell’occupazione americana ognuno li legge un po’ come gli pare. A ottobre sono stati creati 171 mila posti di lavoro, un dato che supera le aspettative degli economisti e conferma la tendenza dell’ultimo trimestre. In quello precedente il mercato del lavoro era stato decisamente più pigro. Il tasso di disoccupazione è salito dal 7,8 al 7,9 per cento, segno apparentemente negativo che racconta però la storia del rientro di una fetta di americani nel conteggio della forza lavoro dopo la sospensione delle ricerche per eccesso di sfiducia. Per Mitt Romney “l’incremento di oggi è un triste pro memoria del fatto che l’economia è stagnante. La disoccupazione è più alta di quando Obama è salito alla Casa Bianca e ci sono ancora 23 milioni di americani che non hanno un lavoro”.
Dagli uomini di Obama arriva il messaggio opposto: “E’ un’ulteriore prova del fatto che l’economia americana sta continuando a riprendersi dalle ferite riportate nella peggiore crisi dopo la Grande depressione”. Spin a parte, negli ultimi tre giorni di campagna elettorale la percentuale che si fissa nella testa degli elettori è importante, e 7,9 è un numero complicato da maneggiare. La serie storica dice che nessun presidente dopo Franklin Delano Roosevelt è stato rieletto con la disoccupazione sopra al 7,2 per cento, i democratici obiettano che nessun presidente ha dovuto affrontare la peggiore crisi degli ultimi ottant’anni e la rappresentazione presidenziale cospira a veicolare un messaggio inevitabilmente modesto: meglio che niente. La ripresa economica è lenta, l’occupazione aumenta con il contagocce, il mercato immobiliare ha iniziato da poco a dare qualche segno di vita, eppure l’America sta crescendo, non è mica l’Europa.
Per barattare un progresso modestissimo con la rielezione ci vorrebbe l’Obama più ispirato, quello che si è perso nelle nebbie della crisi e non trova l’uscita d’emergenza; e ora tutta l’America guarda ossessivamente al ritmo della ripresa e al dato sulla disoccupazione, quello che qualunque elettore afferra per esperienza diretta prima che sui giornali. Si cresce, vero, ma arrivare alle urne con quel 7,9 per cento nella testa è rischioso per il presidente in carica.